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“Incanto orfico” di Alessandra Casciotti

Recensione dell'Opera


Una sensibilità artistica protesa verso un ideale di bellezza estetica e concettuale mediata dai canoni stilistici di matrice classica ed innestata su un impianto compositivo dai richiami al contemporaneo. Così appare l’arte di Alessandra Casciotti: un’arte colta, che predilige soggetti culturali di ispirazione mitologica greco-romana trascritti in un linguaggio formale che riporta alla lezione metafisica  e surrealista, sempre alla ricerca di segni e significati dell’esistenza umana nascosti sotto allusioni simboliche, anche quando il figurativo lascia campo al geometrico e all’astratto.

In “Incanto orfico” il riferimento al classico è nella filosofia mistica orfica della Grecia antica che rimanda ai culti dionisiaci e ad Orfeo, il cantore che sapeva “incantare” ogni essere, umano o divino che fosse. Qui l’impianto compositivo si costruisce per piani geometrici semplici e lineari, per simmetrie e corrispondenze di elementi e figure, generando un carattere di bidimensionalità che riporta all’immaginario onirico, in cui appunto sono i simboli a svelare il reale.

Il quadro appare come una scenografia incorniciata in un sipario rosso a cui sembrano partecipare anche le due figure femminili, baccanti o muse, in posa con i loro strumenti.

Nel piedistallo della colonna centrale, chiaro è il riferimento ad Orfeo; mentre la tigre in primo piano riporta allo stesso dio Dioniso che dalle tigri si faceva trainare il carro e che a lui era associata quale simbolo dualistico di bene e male, potenza e distruzione. Se lo sfondo nero poi sembra richiamare lo stile di alcune pitture parietali romane e funzionalmente esaltare le sagome, ideologicamente proietta nella mente quella sensazione di spazio infinito ed oscuro che ripercorre il viaggio di Orfeo nelle tenebre dell’Inferno per salvare quell’amore eterno, simbolo dell’immortalità dell’anima.

IFF